CORRIERE DELLE ALPI

DOMENICA, 15 GIUGNO 1997

Maurizio Fistarol e la presenza di Dio nella città

“Attenti a Caino”

Un potere malvagio in agguato

di Francesco Dal Mas

TEMPO di riforme. E Maurizio Fistarol il sindaco più votato d’Italia (due voti su tre alle recenti elezioni di Belluno), riformista spinto, si pone una domanda singolare: “Esiste il Dio della città?”. E’ singolare, questo suo interrogarsi, perché Fistarol, vicino al Pds, si definisce uno di “quegli atei che, secondo Massimo Cacciari, credono in Dio”.

Sindaco, perché si interroga se esiste il “Dio della città”?
“Perché oggi, proprio in questo tempo di riforme, bisogna smascherare qualsiasi tipo di potere che si ammanti di teologico. Che pretenda, cioè, di parlare del divino. Bisogna avere la consapevolezza del limite invalicabile entro il quale il potere nel mondo agisce. Non ci può essere autorità come versione mondana dell’onnipotenza di Dio. C’è solo un onnipotente ed è Dio. Nessun potere mondano può attribuirsi questa prerogativa. C’è un’abissale distanza tra la città dell’uomo e la città di Dio. Se abbiamo questa consapevolezza, avremo anche gli strumenti per criticare qualunque tipo di prepotenza”.
Non esiste, dunque, il Dio della città?
“Il Dio della città non esiste. Esiste, invece, il Dio nella città, anzitutto nella coscienza del singolo. Se esistesse il Dio della città, intesa come organismo politico, questo Dio non potrebbe essere che Caino, cioè il potere malvagio, fatto di prepotenza. Quindi dobbiamo affermare con forza l’impossibilità di un Dio della città per impedire che Caino possa assurgere a Dio, proclamandosi Dio egli stesso”.
La città, allora, che cos’è?
“Non il luogo dove si manifesta Dio nell’organizzazione politica. Più mondanamente è il luogo dove gli interessi possono entrare in conflitto o essere composti. E questo è il compito di un potere consapevole della limitatezza del suo agire. Questo è anche il ruolo della legge. Dio non può essere rappresentato nella città dell’uomo proprio perché la legge dell’uomo è una maschera indecente della legge di Dio. Nessuna visione pessimistica: è la consapevolezza del limite entro il quale ci muoviamo. Il compito del potere è di relazionare gli interessi, i soggetti, le differenze”.
Relazionare le differenze? Non le sembra che oggi accada il contrario?
“Purtroppo sì. Ma alla luce della considerazione che c’è un solo onnipotente e questo è Dio, e che pertanto non trova giustificazione qualsivoglia prepotenza nei confronti degli avversari politici, o in genere degli amministrati, è giocoforza valorizzare le differenze e avere un rapporto fecondo con l’altro”.
Lei ci riesce, considerato che è stato votato dal sessantasette per cento degli elettori, quindi votato anche da molti che non si riconoscono affatto nella sua area di appartenenza politica, l’Ulivo?
“Cerco di riuscirci. Mi sento abbastanza guidato da un profondo rispetto nei confronti degli altri, ho la consapevolezza che da loro c’è sempre da imparare, assumendo informazioni ed opinioni che consentono di decidere al meglio e magari anche di cambiare idea. E questa, tengo davvero a precisarlo, non è incoerenza”.
Lei parla di rapporto fecondo da instaurare con l’avversario. Ma oggi è già tanto se esiste, ovunque, un minimo di tolleranza.
“La tolleranza non basta. Tolleranza è un concetto viziato da un assunto di superiorità. Si tollera comunque colui che è considerato “altro” ma radicalmente diverso da me, in qualche modo inferiore. Bisogna invece passare dalla tolleranza alla convivenza, intesa in senso etimologico. Vivere insieme, combinare le diverse identità. Oggi si fa un gran parlare di identità territoriali, etniche in particolare. Io credo che solo il confronto con l’altro, anzi lo specchiarsi nell’altro possa consentire d’individuare una propria identità”.
La differenza, dunque, è una ricchezza?
“Sì, la differenza è una ricchezza, è una fecondità. L’altro apporta una parte di noi che in qualche modo ci era sconosciuta. L’altro, alla fin fine, sta dentro di noi , quando si manifesta. Quindi fa conoscere meglio anche noi stessi. Le differenze, dunque, sono radicali e insopprimibili. Derivano da un concetto altrettanto forte e radicale: l’unicità della creatura. Poiché la creatura è unica e irripetibile, straordinariamente irripetibile, anche le differenze sono uniche, radicali e non possono essere soppresse”.
Se le differenze non sono sopprimibili, qual è il nuovo concetto di uguaglianza?
“Il portatore ultimo della differenza è la creatura, che è diversa una dall’altra. Il mito dell’uguaglianza è un mito politico che va ormai superato. Oggi c’è un’unica, possibile, uguaglianza. E’ data, paradossalmente, dalla debolezza. Saremo tutti uguali solo se saremo tutti consapevoli di essere deboli, i potenti e i non potenti, gli amministrati e gli amministratori, i politici e quelli che della politica non ne vogliono affatto sapere; tutti deboli, tutti limitati. Siamo tutti fratelli nella debolezza. La fratellanza, che è un concetto molto più bello dell’uguaglianza, è data per l’appunto dalla debolezza”.
L’avversario politico, in questa prospettiva, assume una diversa connotazione. Con chi, dunque, si troverà a confliggere in futuro il potere che governa la città?
“Il vero avversario del potere responsabile della città rischia di essere, nei prossimi decenni, l’individuo. L’individuo che consuma in modo insaziabile. L’individuo dagli insaziabili appetiti, dei bisogni mai soddisfatti, l’individuo la cui missione rischia di diventare soltanto il chiedere ed il chiedere sempre di più, senza mai assumersi qualche responsabilità. Cioè chiedere senza mai rispondere. Questo individuo rischia di essere veramente il nuovo nemico, a Belluno come a Palermo e in qualsiasi altra città del mondo. Un nemico planetario di coloro che agiscono nell’amministrazione della polis”.
Di fronte ad un individuo insaziabile, cosa può fare un amministratore?
“Considerando la mia esperienza di sindaco, bisogna tentare di dare risposte concrete, se possibile efficienti, non limitarsi a vuote prediche. E una volta date queste risposte, occorre far diventare la città un organismo condiviso, in cui si possa manifestare una comunione d’intenti. Si tratta di darsi degli obiettivi e tentare di percorrere insieme questo tratto di strada nel corso del quale ci possono essere momenti di grande speranza e di grande gioia per superare una visione che rischia davvero di apparire semplicisticamente pessimista”.
Lei che approccio ha con Dio?
“Un approccio, come dire, “mistico”. Credo che Dio sia inattingibile alla nostra pratica mondana. Questa consapevolezza, però, può portare ad una forte etica. Quando infatti tu sei consapevole di questo limite, in sostanza della tua debolezza, ritengo che puoi testimoniare in qualche modo l’amore di Dio. La mia, probabilmente, è una posizione paradossale. Non sono credente, forse però rientro fra quelli che Massimo Cacciari chiama gli atei che credono in Dio. Sì, sono un ateo che cerca di credere in Dio”.
Ha destato sensazione, in città ma non solo a Belluno, la sua partecipazione ufficiale, con tanto di fascia tricolore, alla processione della Madonna Addolorata, festa religiosa della città. Perché l’ha fatto?
“La dimensione religiosa è decisiva per il singolo o per la collettività. Personalmente ho un approccio problematico con questa dimensione, però le riconosco una centralità assoluta. Nel caso della processione della Madonna Addolorata ho cercato di dare il mio contributo al recupero delle radici profondamente religiose e civili di una festa storica della città. Queste sono cose molto serie, ecco il perché di quella fascia tricolore”.
 

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