Ho visto Gomorra in un cinema di Roma. Ho visto un film ed è stato come compiere un viaggio dal quale io, spettatore, poi sono tornato indietro. Ed è stato un sollievo.

La violenza che descrive Saviano (classe ‘79) nel suo romanzo e che Matteo Garrone (classe ‘68) porta sullo schermo in modo eccelso è si quella dei morti ammazzati, ma non solo. E’ la violenza pura di un sistema camorristico che ti strappa la vita quotidiana, che ti inchioda e coinvolge, dalla quale non ci si può liberare. E così un bambino di tredici anni diventa complice di un omicidio, perché a Scampia o stai da una parte o stai dall’altra: dove c’è una guerra, si sa, bisogna scegliere da che parte stare. Ci si deve schierare. Sempre. Anche se si hanno solo tredici anni.

Il regista ci conduce nel suo viaggio, ci fa vedere una realtà che supera la fantasia. La frase: “La vita non te la posso regalare. Te la devi comperare”. Perché a Scampia funziona così. Nessuno ti regala nulla. Gomorra ci fa soffrire e indignare, forse ci aiuta a cambiare.

 

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