OPPORTUNITA’ DELLA MONTAGNA IN UN MONDO CHE CAMBIA

di Maurizio Fistarol *

I.B.E.S., l’Istituto che organizza questa giornata, ha inteso innanzitutto mettere a disposizione dei materiali per una riflessione successiva. Ascoltate le due relazioni introduttive di questa mattinata (molto interessanti, anche e soprattutto perché diverse), ritengo che cominciamo ad avere a disposizione alcuni di quei materiali. Vorrei riprendere alcune valutazioni, alcuni spunti che ho ascoltato e, se possibile, radicalizzarli, renderli più espliciti.

Stiamo riflettendo di risorse umane in montagna e stiamo riflettendo di queste risorse da un punto di vista quantitativo e qualitativo: le due cose si intrecciano. La questione di fondo è quella del peso politico della montagna. La montagna finora ha contato poco anche perché in montagna vivono poche persone (passatemi la semplificazione) e i numeri fanno peso: fanno peso in politica, fanno peso per la presenza nelle istituzioni e fanno peso relativamente all’audience che i territori riescono ad avere rispetto ai decisori politici. E’ il discorso che si propone sul ruolo delle Alpi in Europa. Ci sono dei grandi rischi per le Alpi, se le Alpi non riusciranno a imporsi rispetto all’Unione Europea come area, in qualche modo, riconosciuta, se non usciranno dall’ambito generico delle aree rurali periferiche. Esistono dei rischi che sono acuiti anche da prospettive (peraltro condivisibili) di allargamento dell’Unione Europea verso Est, che rischiano di marginalizzare ulteriormente quest’area, che è invece una cerniera assolutamente strategica per il processo di integrazione europea.
Noi non possiamo rincorrere modelli di “specialità” che confinano con l’assistenzialismo, perché i nodi arriveranno al pettine, non soltanto per il sistema pensionistico, ma anche per le molte economie assistite. Diverso è il discorso del riconoscimento della peculiarità del territorio alpino, che è anche quello di un riconoscimento economico di tale peculiarità. Poiché i numeri contano e saranno destinati a contare noi dobbiamo essere consapevoli di due questioni. La prima è che al deficit di quantità bisogna rispondere con un surplus di qualità. Questo è il destino dei montanari, lo dobbiamo sapere. Secondo: dobbiamo coltivare una politica delle alleanze, perché senza alleanze la montagna, anche in Europa, non può contare. E allora bisogna abbandonare la politica del piagnisteo, la politica dell’autoisolamento e dell’autocommiserazione e bisogna passare ad una seria, concreta politica delle alleanze. C’è la possibilità di farlo, ma occorre si abbia la consapevolezza che l’isolamento, talvolta, è anche autoisolamento, è incapacità di tessere relazioni, alleanze politiche.
La questione della presenza in montagna apre naturalmente a una serie di problemi. Il problema dell’ambiente, ad esempio. Se è vero quello che ha detto il prof. Zornitta, se è vero cioè che le cause delle spopolamento sono cause endogene, se il trend è questo (e dobbiamo guardarlo in faccia, perché è un trend ultradecennale), allora noi dobbiamo sapere che il nostro ambiente non si può difendere con le forze locali, che non ci sono e sono destinate a non esserci. E allora al riguardo dobbiamo evidenziare una contraddizione che, secondo me, è la seguente. Le Alpi, i territori alpini europei, sono considerati dai grandi centri decisionali, dalle grandi pianure, sostanzialmente un’area ricreativa, un’area di grande valenza ambientale che va difesa perché è un patrimonio di una collettività più ampia, ma è un patrimonio al servizio di questa collettività: è, nella sostanza, il luogo del week-end, il luogo della vacanza. E, dunque, poiché i montanari non sono e non saranno in condizione di difendere con il loro presidio la valenza ambientale (che, in questo senso, interessa a tutti) di questi luoghi, non c’è dubbio che anche da un punto di vista economico-finanziario (ripeto: non nel senso dell’assistenza, ma del riconoscimento della peculiarità), noi possiamo porre con grande forza il tema della difesa ambientale. Passatemi la battuta: volete passare il week-end in un bell’ambiente alpino, curato e pulito? Bene, dateci le risorse e le opportunità per mantenerlo.
L’altra grande questione è la qualità della risorsa umana. C’è un problema di qualità della risorsa umana, oltre che di quantità. Credo che, innanzitutto, alla gente di montagna manchi una coscienza di sé, una moderna coscienza di sé. Qui ravviso un problema culturale di fondo, che vedrei di sintetizzare in questo modo. La montagna ha di sé un’idea in negativo, si descrive spesso in negativo. Questo è davvero tipico della provincia di Belluno come ho avuto modo di ricordare altre volte. Cos’è la provincia di Belluno secondo questa concezione? La provincia di Belluno non è Veneto (perché emarginata ecc. ecc.) e non è Arco alpino (perché altre sono le aree dell’Arco alpino a “denominazione di origine controllata”). Quindi da questo cosa deriva? Che è area marginale, senza mai riflettere abbastanza che il margine è un punto di passaggio: ciò che può essere visto in negativo (non sono “né”, “né”), può essere visto invece in positivo (posso essere “e”, “e”, ho la straordinaria possibilità di essere l’uno e l’altro), se però sono consapevole di questo ruolo che posso giocare, che è molto più faticoso del piagnisteo subalterno, ovvero dell’idea di sé sostanzialmente nostalgica, passatista (la tradizione, cioè, vista come un filone che va inesorabilmente spegnendosi).
Riprendo il forte richiamo di Paul Guichonnet, che mi pare davvero una fiaccola nell’oscurità in questo senso: dobbiamo necessariamente coniugare tradizione e modernità, dobbiamo essere capaci di fare questo.
Vi faccio un esempio molto concreto. A Belluno, dentro le ex Concerie Colle è nostra intenzione far nascere il Museo virtuale dell’Idea di Montagna: un’operazione culturale che ribadisca con grande forza a tutti, cioè al mondo, la grande valenza culturale, nella modernità, della montagna. Sulla montagna, non dimentichiamolo, si sono spesi in riflessioni, in rappresentazioni, in descrizioni, alcuni fra i più grandi pensatori del mondo, della modernità e prima, a dimostrazione ulteriore che essa è una risorsa viva, non un luogo residuale, quella “riserva indiana” che invece sta, spesso, dentro la testa dei montanari.
C’è una questione ancora, sulla qualità della risorsa umana, eminentemente economica. Le economie hanno bisogno di infrastrutture, c’è poco da fare. Ci sono anche grandi potenzialità, nuove, perché le reti immateriali rappresentano una potenzialità per l’economia montana: pensiamo al commercio elettronico. Ma qui torna ancora il problema della qualità della risorsa umana: come nascerà una nuova imprenditorialità (che sappia cogliere queste opportunità), una nuova industria, un nuovo artigianato, un nuovo commercio; come nascerà se i nostri ragazzi non vanno a scuola, se non investiamo in formazione, ricerca e cultura, cioè in idee?
Infine: il ruolo decisivo della città, dell’area urbana. Se il trend è quello che si diceva, se ci sono cause ormai endogene che portano allo spopolamento delle aree montane, ci sono però trend altrettanto significativi ed inequivocabili che dicono che un ambiente è in costante espansione demografica: è la città media, perché può tenere insieme quel mix di servizi che oggi è il più appetibile proprio per una sfida per la qualità della vita.
Allora io credo che la montagna debba uscire, anche qui, da uno schema che è passatista, perdente e provinciale, quello del confronto/scontro fra il paesino di montagna e la città; è interesse di tutti che i montanari abbiamo un luogo urbano in montagna, che è appunto la città, la città di montagna, perché questo consente in qualche modo di intercettare flussi di emigrazione dalla montagna, di intercettarli comunque in montagna (perché trattasi, comunque, di montagna e perché, badate bene, la montagna ha un grande deficit di comunicazione, di marketing e chi può fare marketing per la montagna è solo la città di montagna). Ci vuole, dunque, una grande alleanza fra l’area più periferica della montagna e la città di montagna e questa alleanza si deve fondare sul riconoscimento da parte del paesino, del piccolo comune, del ruolo fondamentale della città e sulla capacità da parte della città di farsi carico dei problemi dell’area circostante, senza “giocare in proprio”. Questa è la grande alleanza che va costruita in montagna.
*  Sindaco della città di Belluno
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *